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	<title>Rete Anarchica Antimilitarista</title>
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	<pubDate>Wed, 07 Jul 2010 09:06:06 +0000</pubDate>
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		<title>La mini-naja al via tra le polemiche. La Russa: «I fondi? Sono cifre modeste»</title>
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		<pubDate>Wed, 07 Jul 2010 09:05:26 +0000</pubDate>
		<dc:creator>ironriot</dc:creator>
		
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		<description><![CDATA[In tre anni circa 15 mila giovani avranno la possibilità di indossare la divisa per un periodo di tre settimane
I prefetti: «Iniziativa pittoresca e inutile». Il ministro: «i soldi fanno parte del dicastero»
ROMA – I prefetti e i diplomatici la definiscono &#8220;pittoresca e inutile&#8221;, che comporta uno spreco e basta. I poliziotti dicono che quei [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em><strong>In tre anni circa 15 mila giovani avranno la possibilità di indossare la divisa per un periodo di tre settimane<br />
I prefetti: «Iniziativa pittoresca e inutile». Il ministro: «i soldi fanno parte del dicastero»</strong></em></p>
<p><a href="http://www.matrablog.it/vignette/La%20Russa.jpg"><img alt="" src="http://www.matrablog.it/vignette/La%20Russa.jpg" title="la russa" class="alignleft" width="450" height="300" /></a><strong>ROMA</strong> – I prefetti e i diplomatici la definiscono &#8220;pittoresca e inutile&#8221;, che comporta uno spreco e basta. I poliziotti dicono che quei soldi sarebbero meglio spesi se li dessero a loro. La mini-naja, progetto caro al ministro della Difesa Ignazio La Russa, sta provocando molti malumori. Proprio adesso che l&#8217;iniziativa è stata finanziata e ci si prepara al reclutamento dei giovani ammessi a indossare la divisa per tre settimane. I dipendenti pubblici ritengono ingiustificabile che siano impiegati fondi per favorire quelli che sono definiti &#8220;novelli balilla&#8221;, mentre si minaccia il taglio delle tredicesime allo scopo di compiere risparmi.</p>
<p><strong>LE CIFRE</strong> - Lo stanziamento approvato per accogliere i giovani nelle caserme ammonta a 19,8 milioni di euro, di cui 6,5 da spendere quest&#8217;anno, 5,8 riservati all&#8217;anno prossimo e 7,5 previsti per il 2012. Il ministro La Russa domenica pomeriggio stava arbitrando una partita di calcio fra due squadre di bambini. Ha lasciato il fischietto per spiegare che «quei soldi fanno parte del bilancio della Difesa, io non vado a chiedere che i fondi degli altri ministeri vengano dirottati verso il mio dicastero». Ed ha aggiunto: «Voglio che siano spesi prima che facciano una brutta fine. Ho ben presente la sorte che è toccata ai soldi accantonati per il riordino delle carriere. Comunque riguardo alla mini-naja stiamo parlando di cifre modeste, in cambio delle quali riusciremo a ottenere un rapporto migliore dei giovani con le Forze armate».</p>
<p><strong>COME FUNZIONA</strong> - L&#8217;abolizione della leva, secondo il ministro La Russa, ha tolto ai giovani la possibilità di un&#8217;esperienza che aiuta a crescere. Di qui l&#8217;idea di offrire a chi ne ha voglia almeno un assaggio di vita militare. A titolo di esperimento l&#8217;iniziativa prese avvio l&#8217;anno scorso. Furono selezionati 145 ragazzi e ragazze ai quali fu permesso di trascorrere quindici giorni nella caserma degli alpini del 6° reggimento di San Candido. Lo stage andò bene, i partecipanti furono entusiasti. E ora si attende che la mini-naja diventi operativa con un provvedimento in via di approvazione. Si calcola che in tre anni circa 15 mila giovani avranno la possibilità di indossare la divisa per un periodo di tre settimane. Una divisa che, però, in base a un emendamento presentato dal relatore di maggioranza Antonio Azzolini, potranno ricevere dietro versamento di una «modesta cauzione», un paio di centinaia di euro. Saranno ammessi giovani di età fra i 18 e i 30 anni, idonei a un&#8217;attività sportiva agonistica. Al termine dei corsi verrà loro riconosciuto lo status di militare.</p>
<p><em><strong>Marco Nese</strong></em></p>
<p>Fonte: <a href="http://www.corriere.it/cronache/10_luglio_05/mini-naja-la-russa-marco-nese_ce2a36b6-885b-11df-adfd-00144f02aabe.shtml">Corriere della Sera, 05 luglio 2010</a></p>
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		<title>NO NUCLEARE DAY 26.06.010 CAGLIARI BASTIONI DI SAINT REMY</title>
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		<pubDate>Mon, 28 Jun 2010 10:17:45 +0000</pubDate>
		<dc:creator>ironriot</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[Armi Nucleari]]></category>

		<category><![CDATA[Basi Militari]]></category>

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		<description><![CDATA[Una bella giornata, il sole è alto e la brezza marina ci carezza il viso, la visione che abbiamo dal Bastione di Saint Remy è un panorama spettacolare della città di Cagliari, un po sorniona, un po piccante &#8230;. Giovani chiaccherano sulle panchine lungo la balaustra di cisto bianco che attornia la piazza del bastione, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Una bella giornata, il sole è alto e la brezza marina ci carezza il viso, la visione che abbiamo dal Bastione di Saint Remy è un panorama spettacolare della città di Cagliari, un po sorniona, un po piccante &#8230;. Giovani chiaccherano sulle panchine lungo la balaustra di cisto bianco che attornia la piazza del bastione, e in sottofondo la musica che fà intendere lo svolgersi di un evento.<br />
Bandiere al vento gialle con il sole che ride, ed alcune identitarie sarde.<br />
Il banner del comitato NO NUKE, una risata sardonica vi seppellirà fa capire bene il motivo della mobilitazione.</p>
<p>Oggi si svolge una giornata di festa antinuke, il comitato organizzatore Lotta Nucleare ha dato avvio all&#8217;iniziativa in varie città dell&#8217;Italia oltre che a Cagliari.<br />
Francesco Perra apre la manifestazione con un intervento sul motivo che ha portato il popolo sardo a mobilitarsi contro l&#8217;infausto nucleare.<br />
Paola Alcioni del Comitato Promotore Referendum Consultivo sul Nucleare, espone la fatica fatta, da un gruppo di indipendentisti sardi ( Sardigna Natzione Indipendentzia SNI) e del comitato sardo NO NUKE, nella raccolta delle quasi 17.000 firme per portare a fine ottobre i sardi ad un referendum consultivo sul nucleare.<br />
Il quesito referendario proposto agli elettori sardi recita:</p>
<p>&#8220;SEI CONTRARIO ALL&#8217;INSTALLAZIONE IN SARDEGNA DI CENTRALI NUCLEARI E DI SITI PER LO STOCCAGGIO DI SCORIE RADIOATTIVE DA ESSE RESIDUATE O PREESISTENTI?&#8221;</p>
<p>A OTTOBRE VOTIAMO &#8221; SI &#8221; CONTRO IL NUCLEARE PER DIRE SI ALLA VITA!</p>
<p>La voce di Paola entra nel cuore e nell&#8217;anima di tutti gli astanti facendo comprendere l&#8217;importanza della partecipazione delle soggettività nazionali sarde al voto antinuke!<br />
Roberto Copparoni dei Verdi ha dato le cifre della demenza della strada nucleare enumerando la illogicità di tale dispendio di energie denari e il malaffare che si concentra dietro tanta quantità di denaro sperperato.<br />
Sayli, Valter Erriu, di NO NUKE ha messo in evidenza la questione etica che c&#8217;è alla base del ragionamento nucleare, ci si chiede come è nata l&#8217;idea delle centrali nucleari il motivo è chiaro stando alla storicità degli eventi ci richiama l&#8217;attenzione allo scopo , quello bellico.<br />
L&#8217;irragionevolezza dell&#8217;uso dell&#8217;uraniopre produrre energiaè fondato dagli effetti nel suo uso: deturpa l&#8217;ambiente di estrazione del minerale come vediamo in Niger le conseguenze sanitarie sono pesanti sulle persone che vi risiedono, esse sono soggette a una varietà di malattie incurabili, il tutto grazie alla multinazionale francese AREVA che da oltre settanta anni sfrutta le miniere e distrugge l&#8217;ambiente circostante.<br />
La stessa azienda AREVA a cui il premier italiano Berlusconi si è rivolto per avviare il suo progetto di morte nucleare in Sardegna ed in italia.<br />
Mariella Cao del Comitato Sardo Gettiamo le Basi, ha fatto la cronistoria delle lotte in Sardegna contro il nucleare e le basi militari , argomento correlato e simbiotico.<br />
La lotta contro le basi militari a partire della base militare americana nell&#8217;isola di Santo Stefano a La Maddalena, ha dato idea della proprozione del danno subito dal nostro territorio, i danni ambientali da irradiazione sono ingenti, ancora latente e nascosti i dati sull&#8217;inquinamento da radiazione non si dice ovviamente per non allarmare la popolazione , ma , è necessario esporlo e denunciarlo.<br />
Gli americani sono andati via senza sborsare un soldo per la bonifica ambientale del territorio da loro avuto in gestione senza controlli di sorta per oltre 40 anni.<br />
La morte invisibile La Maddalena c&#8217;è e continua a mietere vittime sacrificali sull&#8217;altare del nucleare.<br />
La manifestazione ha avuto anche un preludio di musica etno-jazz eseguita dal maestro Mario Massa che ha deliziato le orecchie degli estimatori presenti.<br />
Si è svolto anche un Mobe Flash che ci ha portato in una decina di persone di fronte al palazzo della regione in rappresentanza della sovranità a cui Presidente Cappellacci deve dare risposta seria e ferma contro il nucleare.</p>
<p>di <em>Sayli Vaturu</em></p>
<p>Fonte: <a href="http://sadefenza.blogspot.com/2010/06/no-nucleare-day-2606010-cagliari.html">Sa Defensa Sotziali, 27 giugno 2010</a></p>
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		<title>Le basi militari americane nel mondo</title>
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		<pubDate>Sun, 20 Jun 2010 11:19:07 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Sono oltre settecento le basi militari americane nel mondo e in Standing Army, documentario realizzato da Thomas Fazi ed Enrico Parenti attraverso tre anni di ricerche e indagini sul campo, viene datat voce alle popolazioni che convivono con i militari americani. Noam Chomsky, Gore Vidal, Chalmers Johnson e molti altri, riflettono sempre all&#8217;interno del documentario [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Sono oltre settecento le basi militari americane nel mondo e in <strong>Standing Army</strong>, documentario realizzato da <em>Thomas Fazi </em>ed <em>Enrico Parenti</em> attraverso tre anni di ricerche e indagini sul campo, viene datat voce alle popolazioni che convivono con i militari americani. Noam Chomsky, Gore Vidal, Chalmers Johnson e molti altri, riflettono sempre all&#8217;interno del documentario sulla politica estera e militare statunitense. </p>
<p>> <a href="http://www.rainews24.rai.it/it/canale-tv.php?id=19700">guarda il servizio di RaiNews24</a></p>
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		<title>Un Brasile militare a difesa delle risorse nazionali</title>
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		<pubDate>Thu, 15 Apr 2010 07:05:33 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[E&#8217; un fatto abbastanza risaputo che negli ultimi anni il Brasile ha avuto uno sviluppo economico eccezionale, tanto da essere inserito nel BRIC, un acronimo che si utilizza spesso per identificare le economie emergenti di Brasile, Russia, India e Cina, accomunate dall&#8217;avere una popolazione molto elevata ed una crescita economica nettamente al di sopra di [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>E&#8217; un fatto abbastanza risaputo che negli ultimi anni il Brasile ha avuto uno sviluppo economico eccezionale, tanto da essere inserito nel BRIC, un acronimo che si utilizza spesso per identificare le economie emergenti di Brasile, Russia, India e Cina, accomunate dall&#8217;avere una popolazione molto elevata ed una crescita economica nettamente al di sopra di tutto il resto del mondo.<br />
Il fatto poi di essersi assicurato due grandi manifestazioni sportive internazionali come i Mondiali di calcio del 2014 e le Olimpiadi del 2016 danno l&#8217;impressione di assistere alla bella favola di una nazione che, pur afflitta da gravi problemi sociali, è in fase di lancio e che, grazie anche all&#8217;effetto indotto da questi due grandi eventi sportivi, acquisterà un rilievo mondiale di primissimo piano.<br />
Quello che è invece meno conosciuto è il tentativo del Brasile di diventare anche una potenza militare mondiale, basti pensare che le spese in armamenti sono cresciute dal 1999 al 2008 del 29,9% mentre se si considera solo il periodo in cui è stato presidente Lula l&#8217;aumento è addirittura del 50%, fino ad arrivare alla spesa del 2009 di 29.700 milioni dollari, circa 1,7% del Pil.<br />
Nel 2007 Lula firmò un decreto esecutivo che prevedeva la creazione di un &#8220;gruppo di formulazione di strategie nazionale di difesa&#8221; per recuperare il potere delle forze armate indebolitesi notevolmente negli anni precedenti.<br />
Gli investimenti brasiliani in questo settore hanno fatto passare in secondo piano gli armamenti di Venezuela (grazie all&#8217;accordo con la Russia) e della Colombia, beneficiata dagli stretti rapporti con gli Usa, che in cambio hanno anche ottenuto di costruire sette basi militari scatenando le ire di Chavez, che teme per la sicurezza del suo paese.<br />
La strategia di Lula nel settore militare non si limita all&#8217;aumento delle spese, ma ha previsto degli accordi specifici con trasferimento di tecnologia.<br />
Questo per il presidente brasiliano era uno dei punti fondamentali da rispettare prima di impegnarsi con altri paesi, tanto è vero che l&#8217;accordo con la Russia è saltato immediatamente a causa della disponibilità russa a fornire solo il prodotto militare finito e non il modo di produrlo.<br />
Disponibilità che ha invece concesso la Francia, attraverso un accordo che risale allo scorso mese di Settembre, per la costruzione di cinque sottomarini, uno dei quali a propulsione nucleare, e cinquanta elicotteri, con un esborso da parte del Brasile di 12.300 milioni di dollari.<br />
E&#8217; notizia di questi ultimi giorni che è in fase di perfezionamento un ulteriore accordo militare tra Brasile e Stati Uniti che prevede &#8220;la cooperazione nei settori dell&#8217;investigazione, supporto logistico, sicurezza tecnologica ed acquisto di prodotti e servizi di difesa militare&#8221;.<br />
Il governo brasiliano ha voluto precisare che si tratta di un accordo bilaterale e che non permette l&#8217;accesso alle forze armate americane in Brasile, e resta fermo il principio della sovranità nazionale ed inviolabilità territoriale.<br />
Ci si chiede perché una nazione, seppur in forte crescita economica, destini tanto denaro pubblico agli armamenti, anziché utilizzarli per svolgere attività di sostegno sociale, visto il gran numero di persone che vive ancora sotto la soglia di povertà.<br />
La risposta si può leggere in alcune dichiarazioni del ministro della difesa Nelson Jobim e dello stesso Lula che hanno più volte espresso la necessità di garantire la difesa dei territori con ingenti risorse petrolifere che sono stati scoperti in questi ultimi anni.<br />
In una dichiarazione dello scorso anno Lula diceva &#8220;&#8230;cercheremo di rafforzare la capacità tecnologica del Brasile per proteggere e rafforzare la sua ricchezza naturale&#8230; dobbiamo sempre ricordarci che il petrolio è stata la causa di molte guerre. Noi non vogliamo guerre&#8221;.<br />
Associare i paesi latino americani con un aumento del potere delle Forze armate fa tornare alla mente i brutti ricordi dei golpe militari degli anni settanta. Speriamo che i tempi siano cambiati.</p>
<p>di <strong>Paolo Menchi</strong></p>
<p>Fonte: <a href="http://www.antimafiaduemila.com/content/view/27388/48/">Antimafia Duemila, 14 aprile 2010</a></p>
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		<title>«Questo non è il disarmo, temiamo un nuovo Scudo»</title>
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		<pubDate>Fri, 09 Apr 2010 07:25:07 +0000</pubDate>
		<dc:creator>ironriot</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[Armamenti]]></category>

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		<description><![CDATA[PACIFISTI - Parla Jan Majicek (Ne Zakladnam)
La firma del nuovo Start tra Russia e Stati uniti ha avuto scarso seguito tra i cechi. C&#8217;è una differenza palpabile tra la visita di Obama dello scorso anno, quando in molti attendevano la revoca dell&#8217;intenzione di costruire la base radar americana nel poligono militare di Brdy, a poche [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>PACIFISTI - Parla <strong>Jan Majicek</strong> (Ne Zakladnam)<br />
La firma del nuovo Start tra Russia e Stati uniti ha avuto scarso seguito tra i cechi. C&#8217;è una differenza palpabile tra la visita di Obama dello scorso anno, quando in molti attendevano la revoca dell&#8217;intenzione di costruire la base radar americana nel poligono militare di Brdy, a poche decine di chilometri da Praga. La revoca tuttavia arrivò più tardi, nel settembre del 2009. Da allora il tema dello Scudo anti-missile americano sembra scomparso dall&#8217;agenda della politica ceca. L&#8217;amministrazione Obama non ha comunque rinunciato a costruire uno sistema di difesa missilistica sul continente europeo. Gli Usa infatti stanno negoziando il dispiegamento di alcune basi del sistema anti-missile in Bulgaria e Romania, e hanno già sottoscritto un&#8217;accordo per la fornitura dei missili Patriot alla Polonia. Anche a Praga sotto traccia qualcosa si muove. Nei mesi scorsi, diversi team di esperti americani hanno visitato il Paese sondando un&#8217;eventuale disponibilità del governo ceco a partecipare al nuovo sistema anti-missile obamiano. Si sussurra che la Repubblica ceca possa ospitare batterie mobili di missili oppure strutture di comando del sistema. A margine, troppo tardi per noi, si terrà il vertice tra Obama e undici capi di stato e di governo dell&#8217; Europa centro-orientale. Ne parliamo con Jan Majicek, portavoce dell&#8217;Iniciativa Ne Zakladnam (Rete contro le basi info@nezakladnam.cz Questo indirizzo e-mail è protetto dallo spam bot. Abilita Javascript per vederlo. ), che si è battuta fin dal 2006 contro il radar americano a Brdy e resta attiva per monitorare sul campo la situazione dello Scudo anti-missile americano in Europa.</p>
<p><strong>Dopo un anno, il presidente Obama è tornato a Praga per firmare il trattato Start con il presidente russo Medvedev. Qual è la posizione del movimento contro le basi?</strong><br />
Salutiamo con favore ogni reale riduzione delle testate atomiche, ma in questo caso si tratta spesso di armi obsolete, che consumano parecchie risorse per la loro manutenzione. È quindi anche un passo pragmatico e non solo simbolico. Inoltre l&#8217;accordo dovrà essere ratificato sia dal Senato Usa che dalla Duma russa. E le speranze di alcuni fans un po&#8217; naif del presidente Obama potrebbero scomparire, se il trattato non fosse ratificato, come è già successo in un caso simile nel 1993. È comunque importante continuare nel processo del disarmo nucleare. Affinché le intenzioni delle due potenze siano credibili, esse dovrebbero annunciare una road-map di riduzione delle armi strategiche nucleari. Soltanto un piano chiaro di riduzione delle armi atomiche può assicurare, che alle parole seguano i fatti. Comunque noi siamo scesi in piazza. Abbiamo voluto sottolineare, che invece di una reale riduzione delle armi atomiche, si stanno liquidando soltanto dei ferri vecchi degli arsenali nucleari.</p>
<p><strong>L&#8217; amministrazione Obama ha ritirato il piano di Bush per costruire basi dello Scudo nella Repubblica ceca e in Polonia. Tuttavia assistiamo a un rinnovato interesse per basi del sistema anti-missile in Bulgaria, Romania e Polonia&#8230;</strong><br />
Siamo preoccupati. Di Romania e Bulgaria abbiamo sentito già parlare quando il processo di ratifica della base nella Repubblica ceca era fermo. Era una forma di ricatto nello stile «se non la volete, ingrati, la base la faremo altrove». Non ha funzionato sia per la debolezza del fronte pro-radar sia per la forza del movimento contro la base Usa. Tuttavia non abbiamo notizie di una resistenza forte alle basi né in Romania né in Bulgaria, per il diverso clima politico dei Balcani. Ma a Bucarest abbiamo visto anche manifestazioni contro il summit della Nato del 2008. Ci sono anche lì dei barlumi di resistenza. In Polonia la situazione è più difficile che nella Repubblica ceca. Abbiamo collaborato molto con il movimento polacco contro le basi. Ma il governo ha fatto leva su un forte sentimento anti-russo per trovare consenso sul dispiegamento dei missili americani Patriot in Polonia. Da tempo notiamo la volontà della Nato di mettere i nuovi sistemi anti-missile sotto la sua egida. Ciò potrebbe influenzare l&#8217;opinione pubblica nell&#8217;Europa orientale. I nostri politici e media comincerebbero a dire che, come membri della Nato, abbiamo il dovere di accogliere tali sistemi. Ne rimarrebbe convinta anche una parte dello schieramento politico pure contrario alla base Usa a Brdy. Tuttavia per noi dell&#8217;Iniciativa Ne Zakladnam cambia poco. Siamo comunque contro le basi militari straniere in Repubblica ceca, che siano o no sotto il patrocinio della Nato.</p>
<p><strong>Anche la Repubblica ceca non è del tutto estranea al nuovo piano del sistema anti-missile, che potrebbe riprendere fiato nel Paese dopo le elezioni parlamentari di maggio?</strong><br />
Alcuni piani sono già stati segnalati dai media main-stream cechi. Tuttavia è importante rendersi conto di una cosa. Le trattative per la costruzione della base americana dello Scudo anti-missile erano cominciate già nel 1999. Ci vorrà di nuovo tanto tempo, per approdare a un risultato? Difficile da dire, ma noi rimaniamo in allerta.</p>
<p>Fonte: il Manifesto, 9 aprile 2010 (III pagina)</p>
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		<title>FRONTE INTERNO</title>
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		<pubDate>Fri, 19 Mar 2010 23:50:21 +0000</pubDate>
		<dc:creator>ironriot</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[Mobilitazioni]]></category>

		<category><![CDATA[militarizzazione]]></category>

		<category><![CDATA[bologna]]></category>

		<category><![CDATA[iniziative]]></category>

		<category><![CDATA[urban operation]]></category>

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		<description><![CDATA[Tre appuntamenti sulla militarizzazione del conflitto.
Aula C - Bologna

scarica qui il .pdf per l&#8217;incontro sulle Città di venerdi 19/3
qui trovate il .pdf fronte/retro del pieghevole

qui il .pdf della locandina 

]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Tre appuntamenti sulla militarizzazione del conflitto.<br />
Aula C - Bologna<br />
<span id="more-7392"></span></p>
<p><a href="http://aula-c.noblogs.org/gallery/399/E%20nelle%20C%20A3%20-%20citt%C3%A0.pdf">scarica qui il .pdf per l&#8217;incontro sulle Città di venerdi 19/3</a></p>
<p><a href="http://aula-c.noblogs.org/gallery/399/E%20nelle%20C%20-%20flyer%20pieghevole.pdf">qui trovate il .pdf fronte/retro del pieghevole</a><br />
<a href="http://aula-c.noblogs.org/gallery/399/E%20nelle%20C%20-%20A3.pdf"><br />
qui il .pdf della locandina</a> </p>
<p><img src="http://aula-c.noblogs.org/gallery/399/E%20nelle%20C%20A3.png" width="600" height="800"></p>
]]></content:encoded>
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		<item>
		<title>Bestiario bellico: l’utilizzo degli animali in operazioni di guerra</title>
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		<pubDate>Thu, 04 Mar 2010 08:51:47 +0000</pubDate>
		<dc:creator>ironriot</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[animali]]></category>

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		<description><![CDATA[L’impiego degli animali in operazioni belliche è una pratica che data molto indietro nel tempo. Da Annibale ad oggi all’uomo non è bastato farsi la guerra da sé, perché qualcuno sarebbe pur dovuto morire al posto suo. Questa è una panoramica sugli animali in mimetica.
di Romina Arena

Scovare mine antiuomo e anticarro è prerogativa dei cosiddetti [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em>L’impiego degli animali in operazioni belliche è una pratica che data molto indietro nel tempo. Da Annibale ad oggi all’uomo non è bastato farsi la guerra da sé, perché qualcuno sarebbe pur dovuto morire al posto suo. Questa è una panoramica sugli animali in mimetica.</em><strong></p>
<p>di <em>Romina Arena</em><br />
<span id="more-7332"></span><br />
<img src="http://www.terranauta.it/foto/cane_animale_guerra1267448555.jpg" align="left">Scovare mine antiuomo e anticarro è prerogativa dei cosiddetti Mine Detection Dog, cani esperti ad annusare esplosivi<br />
Da quando Annibale scese con i suoi elefanti per creare meraviglia e spargere il panico tra le truppe romane o questi ultimi mandarono maiali coperti di pece e dati alle fiamme contro i cartaginesi, gli animali hanno sempre avuto un ruolo cruciale nelle strategie militari. Cani, gatti, scimmie, uccelli, delfini, topi, api, cammelli, otarie, pipistrelli, galli: un esercito-fattoria arruolato per compiere vere e proprie missioni di guerra o a ripararne gli errori, nelle migliori delle ipotesi.<br />
La rilevazione delle mine antiuomo e anticarro è il caso più noto dell’impiego di animali, segnatamente i cani, in operazioni militari, ma il bestiario bellico di cui gli eserciti si dotano è molto più ampio e pianta radici ben profonde nella storia militare.<br />
Scovare mine antiuomo e anticarro è prerogativa dei cosiddetti Mine Detection Dog, cani esperti ad annusare esplosivi, ma da anni la frontiera di questo settore si è spinta oltre, dotandosi di altre due specie: i topi e le api.<br />
<img src="http://www.terranauta.it/foto/topi_guerra_esplosivo1267449148.jpg" align="right">Nel 1997, i ricercatori del progetto Apopo, finanziato con i fondi della cooperazione allo sviluppo belga, hanno scoperto l’infallibile fiuto dei criceti gambiani, la razza più grossa di topo esistente che arriva fino al kilo di peso, ed ha pensato di utilizzarli per le delicate attività di sminamento del territorio africano. Da allora i ricercatori belgi hanno effettuato esperimenti e training sul campo per mettere alla prova l&#8217;abilità dei topi, insegnando loro ad associare l&#8217;odore delle banane e delle noccioline, i loro cibi preferiti, a quello dell&#8217;esplosivo.<br />
Gli animali perlustrano le aree sospette e raschiano il terreno per segnalare la presenza di ordigni. Ogni volta che individuano una mina, vengono ricompensati dall&#8217;addestratore con cibo e carezze. Nel 2004 hanno superato i primi test sul campo: in Mozambico, lungo una ferrovia minata nel corso della guerra civile, ognuno dei tre piccoli componenti della squadra-pilota ha scovato venti mine. A seguito della buona riuscita dell’esperimento le autorità mozambicane hanno ingaggiato le bestiole dell&#8217;Apopo per effettuare delle operazioni di <img src="http://www.terranauta.it/foto/delfini_guerra_esplosivi1267448555.jpg" align="left">bonifica su larga scala.</p>
<p>L’utilizzo dei topi ha dei vantaggi per via dell’olfatto molto sensibile e del peso degli animali. Sono, infatti, molto leggeri e riescono a calpestare il terreno minato senza innescare esplosioni<br />
Anche l’esercito colombiano ha arruolato topi anti-mine: nel 2007 il Ministero della Difesa ha investito nell’operazione circa 52.000 dollari. L’utilizzo dei topi ha dei vantaggi per via dell’olfatto molto sensibile e del peso degli animali. Sono, infatti, molto leggeri e riescono a calpestare il terreno minato senza innescare esplosioni, riducendo il rischio di saltare in aria, come può invece capitare ai cani, che sono più pesanti. Una volta scoperto l&#8217;esplosivo, i topi si mettono in posizione eretta sulle zampette posteriori oppure piantano il muso sul terreno, permettendo l&#8217;intervento delle squadre di disattivazione.<br />
La possibilità di utilizzare le api per la rilevazione delle mine è stata, invece, scoperta nel 2004. Quell’anno Jerry Bromenshenk, dell&#8217;Università del Montana, ha scoperto di poter addestrare questi insetti utilizzando gli stessi principi dell&#8217; ammaestramento di cani e topi anti-mine. Le api, indotte ad associare l’odore dell’esplosivo al polline, sciamano nelle aree in cui percepiscono la presenza di TnT, il trinitrotoluene presente negli ordigni, avendo dalla loro parte, come per i topi, il fattore leggerezza, che impedirebbe di innescare il meccanismo di detonazione. Seguendo i loro spostamenti è quindi possibile tracciare una mappa delle zone contaminate.<br />
Allo stesso risultato, nel 2007, è approdato un gruppo di ricerca guidato dal Professor Nikola Kezic dell’Università di Zagabria, in Croazia, dove la guerra dei Balcani tra il 1991 e il 1995, ha lasciato in eredità un Paese disseminato di mine.<br />
<img src="http://www.terranauta.it/foto/otarie_antimine1267448555.jpg" align="right">Questo per quanto riguarda le mine terrestri, perché per quelle gettate in mare la questione è diversa e la storia prende tutta un’altra piega. Una piega che parte da molto lontano perché quando si parla di operazioni in mare non si fa riferimento solo all’intercettazione di ordigni, ma a vere e proprie operazioni di guerra.<br />
La Marina militare Usa, ad esempio, già da tempo ha arruolato delfini ed otarie. I primi sono stati utilizzati già a partire dalla prima guerra del Golfo, nel 1991, mentre le otarie sono state utilizzate per la prima volta durante le operazioni della guerra in Iraq.</p>
<p>Ai delfini, durante la prima guerra del Golfo, i militari montarono sul muso di questi cetacei ordigni esplosivi, mandandoli a schiantarsi contro il nemico<br />
Ai delfini, però, non è andata bene come potrebbe andare bene ai topi gambiani o alle api: durante la prima guerra del Golfo, infatti, i militari montarono sul muso di questi cetacei ordigni esplosivi, mandandoli a schiantarsi contro il nemico. La pratica trovò la forte opposizione delle associazioni animaliste che insorsero contro la Us Navy, costringendola a fare un passo indietro.<br />
Non era la prima volta, in verità, che gli Stati Uniti ricorressero ai war-dolph, come vengono chiamati i delfini kamikaze, perché il loro utilizzo era già noto durante la guerra del Vietnam. In quegli anni, in cui dominava la contrapposizione USA-URSS, esistevano veri e propri programmi top secret per l’addestramento di animali per operazioni militari ad alto rischio.<br />
Anche l&#8217;Unione Sovietica, infatti, durante la Guerra fredda ha dotato le Forze Speciali di una delle divisioni di cetacei (delfini e beluga bianchi) più famosa e disponeva di ben cinque centri di ricerca il più importante dei quali, creato nel 1966, era presso la base di Bukhta Kazachya, vicino Sevastopol. Tra i diversi incarichi, i delfini erano addestrati per servizi di guardia. Due sezioni di delfini, che operavano su turni di dodici ore, erano impiegati per controllare l&#8217;accesso alle basi più importanti. </p>
<p>Accanto ai delfini, a svolgere azioni subacquee sono state impiegate anche le otarie. In grado di raggiungere i 300 metri di profondità e di camminare sul fondale marino<br />
Se il delfino scopriva un intruso era addestrato a premere col muso un pulsante di allarme. I ventisette esemplari rimasti nella base militare russa, nel 2000 sono stati venduti all&#8217;Iran e trasferiti nel Golfo Persico per sorvegliare le acque dello stretto di Hormuz, zona strategica nella quale anche gli Usa impiegarono cinque delfini anti-mine subacquee durante la guerra del Golfo. Questi animali sarebbero capaci di distinguere il rumore dei sottomarini, di individuare missili dispersi sui fondali, di attaccare cariche esplosive sulla chiglia delle navi e ingaggiare combattimenti corpo a corpo con sommozzatori nemici grazie ad arpioni piazzati sulla schiena.<br />
<img src="http://www.terranauta.it/foto/can_esercito1267449751.jpg" align="left">Accanto ai delfini, a svolgere azioni subacquee sono state impiegate anche le otarie. In grado di raggiungere i 300 metri di profondità e di camminare sul fondale marino, per quanto non vengano scagliate come missili umani contro obiettivi nemici, allo stesso modo, secondo la Lav, le otarie subiscono un trattamento poco consono alle loro esigenze. Ricordiamo il caso dei leoni marini sbarcati all’isola d’Elba nell’ottobre del 2009, per seguire un particolare programma di addestramento. I Tg riportavano la notizia come un evento sensazionale capace di catalizzare l’interesse ed il divertimento di molti, ma non sottolineò il disappunto delle associazioni animaliste. Secondo Michela Kuan, biologa della Lav: “Le otarie subiscono un addestramento severo, lontano dalle loro esigenze comportamentali e fisiche. Soprattutto, non sono in grado di capire lo scopo di ciò che fanno né di valutarne i rischi che, in caso di ricerca di esplosivi, sono elevati”.</p>
<p>Come se non bastassero gli uomini a fare le guerre, c’è anche bisogno di qualcuno che faccia il lavoro sporco: i polli a morire asfissiati dai gas venefici, i cani a farsi esplodere sotto i tank nemici&#8230;<br />
L’incarico è di scovare gli ordigni ed agganciarli con un apposito uncino per favorirne il recupero, ma nulla garantisce che questo tipo di attività sia senza rischi per l’animale. Inoltre, la sua libertà di movimento è fortemente limitata. In mare aperto, infatti, per impedirne la fuga o la deviazione verso qualcosa che ne attiri l’attenzione, l’animale viene equipaggiato con un particolare zainetto, contenente un interruttore a tempo ed una bombola di gas che si attiva dopo un determinato periodo di tempo facendo gonfiare un palloncino che lo riporterà in superficie.<br />
Come se non bastassero gli uomini a fare le guerre, c’è anche bisogno di qualcuno che faccia il lavoro sporco: i polli a morire asfissiati dai gas venefici, i cani a farsi esplodere sotto i tank nemici, i gatti a saltare per aria in mezzo ai campi minati, i pipistrelli incendiari. Un crudele sfruttamento in mimetica, un inutile sacrificio in nome dell’economia perché esistono già altri mezzi per l’individuazione delle mine e per rintracciare la presenza di sostanze chimiche e batteriologiche nell’aria, ma un animale da soffocare e fare esplodere costa infinitamente meno della tecnologia. </p>
<p>Fonte: <a href="http://www.terranauta.it/a1871/uominianimali/bestiario_bellico_l_utilizzo_degli_animali_in_operazioni_di_guerra.html">Terranauta, 1 Marzo 2010</a></p>
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		<title>Italia, Us Navy taglia nelle basi di Napoli e Sigonella</title>
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		<pubDate>Thu, 04 Mar 2010 08:42:20 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Crisi e globalizzazione colpiscono anche la marina militare statunitense che si appresta a a tagliare, entro il 2010, personale civile americano e italiano impiegato nelle basi di Napoli e Sigonella (Catania) per un processo di «adeguamento dell’organico».

Gli esuberi, che, secondo la Us Navy, riguarda «personale più necessario come supporto alle attività del comando» hanno fatto [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Crisi e globalizzazione colpiscono anche la marina militare statunitense che si appresta a a tagliare, entro il 2010, personale civile americano e italiano impiegato nelle basi di Napoli e Sigonella (Catania) per un processo di «adeguamento dell’organico».</strong><em><br />
<span id="more-7312"></span><br />
Gli esuberi, che, secondo la Us Navy, riguarda «personale più necessario come supporto alle attività del comando» hanno fatto scattare l’allarme tra i sindacati che hanno proclamato lo stato di agitazione in tutte le basi Usa in Italia. I posti di lavoro a rischio tra il personale italiano, secondo Fisascat Cisl e Uiltucs Uil, sono 91: sono stati infatti annunciati i licenziati di 62 lavoratori occupati nella sede di Sigonella e 29 in quella di Napoli. I rappresentati sindacali hanno richiesto all’ambasciata Usa «la convocazione urgente delle parti per tentare una risoluzione della vertenza».<br />
I sindacati «contestano il metodo di comunicazione dei licenziamenti» e considerano l’accaduto «lesivo per i diritti dei lavoratori». «Oltre a non essere in linea con la normativa del contratto nazionale - spiega il segretario della Fisascat Cisl etnea Tony Fiorenza - l’atteggiamento della società dai cui dipendono i lavoratori delle basi è contrario a corrette relazioni sindacali perché i media erano a conoscenza dei preannunciati licenziamenti prima delle organizzazioni sindacali». La «revisione della composizione del personale» attuata dalla Us Navy «ha rivelato che in realtà il nostro organico è superiore alle nostre esigenze» ha spiegato il contrammiraglio David Mercer, comandante di U.S. Navy Region Europe, Africa, Southwest Asia, precisando che «di conseguenza, circa 150 posti di lavoro saranno sottoposti ad un processo di adeguamento nel corso del 2010». Questi provvedimenti «avranno un impatto sia sul personale civile americano che locale; ma non hanno l’obiettivo di sostituire dipendenti locali con dipendenti americani», ha precisato Mercer, garantendo che «tutti i nostri saranno trattati in modo equo e tenuti informati». Un atteggiamento che «non convince affatto» i sindacati. «A settembre del 2009 - rivela Fiorenza - abbiamo fatto la riunione annuale e i responsabili Usa hanno garantito che per il 2010 non ci sarebbero stati esuberi nell’organico. Questa decisione, tra l’altro, è stranissima: come si fa a ridurre il personale quando a Sigonella si sono investiti centinaia di milioni di euro per abbattere le due basi e ricostruirle. Non solo, ma a Sigonella è previsto un aumento dell’organico militare. Come si fa a potenziare la struttura e a `distruggere´ l’ufficio tecnico? Non lo permetteremo e chiederemo la loro ricollocazione nella base. Anche perché in altri settori sono annunciate assunzioni&#8230;». Dall’Us Navy si sottolinea «l’adeguamento dell’organico, verrà attuato facendo ricorso a diverse strategie, tra cui «la possibilità di pensionamento per coloro che ne abbiano raggiunto i requisiti; la ricollocazione del personale in altri posti di lavoro vacanti laddove le loro competenze lo consentano; in caso di approvazione, incentivi per la risoluzione volontaria del rapporto di lavoro; e, ove possibile, la riqualificazione professionale».</p>
<p>Fonte: <a href="http://ilsecoloxix.ilsole24ore.com/p/economia/2010/02/27/AMh5joQD-sigonella_taglia_napoli.shtml">IL Secolo XIX, 27 febbraio 2010<br />
</a></p>
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		<title>Le morti assurde per l&#8217;uranio nel poligono di Quirra, il romanzo-denuncia di Campus</title>
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		<pubDate>Thu, 04 Mar 2010 08:35:39 +0000</pubDate>
		<dc:creator>ironriot</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[Armi Nucleari]]></category>

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		<description><![CDATA[di Antonella Loi
La chiamano &#8220;sindrome di Quirra&#8221; e fa da contraltare alla più conosciuta &#8220;sindrome dei Balcani&#8221;. Gli abitanti della piccola località del comune di Villaputzu, a ridosso del Poligono militare sperimentale del Salto di Quirra, la chiamano semplicemente &#8220;morte&#8221;. Fratelli, sorelle, madri, cugini, figli: non c&#8217;è famiglia a Quirra che non abbia un parente [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di <em>Antonella Loi</em></p>
<p>La chiamano &#8220;sindrome di Quirra&#8221; e fa da contraltare alla più conosciuta &#8220;sindrome dei Balcani&#8221;. Gli abitanti della piccola località del comune di Villaputzu, a ridosso del Poligono militare sperimentale del Salto di Quirra, la chiamano semplicemente &#8220;morte&#8221;. Fratelli, sorelle, madri, cugini, figli: non c&#8217;è famiglia a Quirra che non abbia un parente colpito da linfomi o leucemie che lasciano senza scampo. Quaranta morti su 150 abitanti in pochi anni che vanno ad aggiungersi ai molti militari e civili ammalati sul luogo di lavoro, il poligono appunto. Eugenio Campus – al secolo Sergio Casu -, giovane scrittore sardo, cresciuto in Calabria ma con casa a Villasimius, (“sono un emigrante di ritorno”), nel suo libro Il pettine senza denti, edito da Applidea, affronta il difficile tema delle armi all’uranio impoverito, strumenti doppiamente di morte, usati non solo nei teatri di guerra ma anche in quelli “di pace” nelle sperimentazioni. Campus costruisce la sua storia intorno a tre personaggi, Stefanina, Eleonora ed Emiliano, vissuti in epoche diverse, per i quali &#8220;il pettine&#8221; del romanzo rappresenta il trait d&#8217;union di un destino comune. Il passato, il presente e il futuro di un lembo di terra sulla costa sud-orientale della Sardegna, che da Villasimius sale verso Nord e arriva fino ed oltre Quirra, segnato inesorabilmente dai giochi di guerra.</p>
<p><strong>Saviano ci ha insegnato che il romanzo può diventare un potente strumento di denuncia. Campus, un libro può arrivare alla gente come e più delle inchieste giornalistiche?</strong><br />
“Credo che quello che si riesca a far sapere sulla camorra attraverso un romanzo come Gomorra è più efficace rispetto a quello che può dare un servizio in tv, un giornale o un settimanale. Perché in questo caso leggi solo se la notizia ti interessa. Con la narrativa c&#8217;è invece un doppio elemento che è quello del piacere della lettura di un libro scritto bene. Mi è successo diverse volte che qualche non sardo dopo aver letto il libro mi abbia chiamato per dirmi che ‘se quello che c’è scritto è vero allora stiamo freschi’. Voglio dire che Il fatto che la denuncia sia vera induce alla riflessione persone che altrimenti non avrebbero saputo”.</p>
<p><strong>L’argomento è difficile, perché questo romanzo?</strong><br />
“Perché ho un amore per quella terra che è qualcosa di veramente grande. Quello che succede nel poligono di Quirra è noto e la gente lo subisce senza lamentarsi più di tanto. E invece c’è bisogno di lamentarsi perché quella è un&#8217;isola di illegalità, io dico semplicemente che ci vuole una bella denuncia. E se si diffonde, passando per la letteratura, lo scopo è raggiunto anche se lascia l’amaro in bocca che contrasta con la bellezza di quel territorio. E’ assurdo che il poligono venga utilizzato in quel modo, in violazione di tutte le leggi sulla tutela dell’ambiente e della salute delle persone”.</p>
<p><strong>Le presentazioni del suo libro sono diventate un po&#8217; l&#8217;occasione per fare il punto sul &#8220;caso Quirra&#8221;. Decine se non centinaia di persone, come qualche giorno fa a Villaputzu. E non mancano mai i rappresentanti delle associazioni, della stessa base militare ed esponenti degli organismi scientifici che hanno svolto gli studi fatti fino ad oggi. Come la professoressa Gatti che ha scoperto la presenza di nanoparticelle nel sangue degli ammalati. </strong><br />
&#8220;Sì, è vero. E questo è importantissimo, perché del ‘caso Quirra’ non si è mai detto abbastanza. Anche senza trascurare gli aspetti letterari funzionali alla diffusione delle informazioni. E&#8217; un sistema che può funzionare e io credo che questa denuncia possa portare a risultati interessanti. Ma credo anche che in questo periodo l&#8217;attenzione sulla questione ci sia tutta, i comitati di cittadini - come per esempio l&#8217;associazione ‘Gettiamo le basi’ - siano molto attivi. Anche perché è in corso un monitoraggio del ministero della Difesa che mira a verificare se nel territorio del poligono ci sia inquinamento ambientale&#8221;.<br />
<strong><br />
Sono già state portate avanti alcune iniziative parlamentari con esito deludente: non riconoscendo la fonte delle malattie i cittadini colpiti non ottengono risarcimenti. Dal ministero cosa ci si può aspettare?</strong><br />
&#8220;Non molto purtroppo, anche perché le analisi che sono in corso (il ministero dell&#8217;Ambiente è stato escluso da questo lavoro ndr) si basano su campioni prelevati in luoghi non totalmente compromessi: per intenderci, il ministero non va a fare analisi sui crateri delle bombe. Possiamo aspettarci manipolazioni, visto che il controllore controlla il controllato, cioè se stesso. Teniamo poi conto del fatto che il poligono è destinato ad acquisire ancora più importanza. Sono previste anche le sperimentazioni per i ‘droni’, gli aerei senza pilota: hanno bisogno di far vedere che è tutto in regola&#8221;.</p>
<p><strong>Molto spesso emergono resistenze da parte della popolazione alla chiusura di siti militari o industriali, ancorché altamente inquinanti e nonostante le morti accertate, perché nel frattempo sono diventati il volano dell&#8217;economia locale. Vale anche per Quirra?</strong><br />
&#8220;Sì, ma ormai la gente si rende conto che prima del lavoro viene la salute perché un altro lavoro si può anche trovare, un fratello o un figlio morti no. Quindi è una situazione che sta mutando. Ma è anche un problema di numeri: le persone impiegate nella base sono poche decine, meno di cento, mentre le persone che lavorano nei dintorni che vivono dei disagi derivanti da quel tipo di inquinamento sono tante. Comincia ad esserci consapevolezza. La gente parla, non c&#8217;è più quel timore, palpabile fino a poco tempo fa. Ma c&#8217;è un&#8217;altra cosa molto importante&#8221;.<br />
<strong><br />
Quale?</strong><br />
&#8220;E&#8217; emersa finalmente una palese violazione della legge. Cioè ci sono delle norme che dicono che chi inquina deve bonificare. Se si stabilisce quindi che si sta violando la legge, chi ha inquinato deve ripristinare. E in un territorio così grande e complesso, la bonifica richiede sforzi per i quali ci vogliono risorse, tempo e forza lavoro ingenti. E&#8217; quello che sostengono anche le associazioni: il problema lavoro è presto risolto, chiudere la base e avviare la bonifica. Lo Stato inquina, lo Stato ripristina. Ma questo vale in generale, anche per industrie o inceneritori oramai insostenibili da un punto di vista ambientale e della salute&#8221;.</p>
<p><strong>Nel suo libro lei parla di &#8220;attività illegale&#8221; nella base militare. </strong><br />
&#8220;Non è una metafora: chi può pagare 50mila euro l&#8217;ora per avere in affitto la base e sperimentare così le proprie armi, spesso agisce nell&#8217;illegalità. Mi spiego: se le armi all&#8217;uranio impoverito sono proibite chi ci assicura che nella base non vengano usate dato che chi fa le sperimentazioni poi deve presentare solo un&#8217;autocertificazione sul lavoro svolto. Privati, arabi, israeliani, americani e così via sperimentano qui le loro armi. Mi spiego? Chi controlla? Nessuno&#8221;.</p>
<p><strong>Lei dice che a nel poligono si usano armi all&#8217;uranio impoverito, ma i militari lo negano: dove sta la verità?</strong><br />
&#8220;I militari hanno unificato il problema dell&#8217;uranio impoverito con le nanoparticelle. Queste ultime, lo dicono gli scienziati, sono rilasciate dalle armi che utilizzano uranio impoverito o tungsteno. Fatto sta che a Quirra le nanoparticelle le hanno trovate, anche se i militari non ammettono&#8230;&#8221;.</p>
<p><strong>Nanoparticelle anche nel sangue degli ammalati.</strong><br />
&#8220;Esatto. Del resto è stato accertato che in passato quelle micidiali armi sono state usate. L&#8217;illegalità sta proprio qui: l&#8217;uso dell&#8217;uranio impoverito è vietato dalle leggi e come ho detto manca il controllo. Ma poi chi utilizza il poligono dovrebbe bonificare: altra violazione. E tutto questo non avviene perché, dicono, tra una sperimentazione e l&#8217;altra non c&#8217;è il tempo di fare una bonifica visto il calendario concentrato&#8221;.<br />
<strong><br />
Nel suo libro, la Quirra di ieri, di oggi e di domani: nel 2032 il poligono non esisterà più. E&#8217; un auspicio?</strong><br />
&#8220;Se lei parla con Mariella Cao, la leader di &#8216;Gettimao le basi&#8217;, la trova arrabbiatissima, perché per lei nel 2032 ci deve essere la bonifica in corso non l&#8217;abbandono di un territorio inquinato come da me prefigurato. Io semplicemente cerco di essere realista: una bonifica di quei luoghi richiederebbe risorse tali che è plausibile pensare che nessuno si sobbarcherà mai i costi. Basta vedere quanto avvenuto in America: le aree adibite in passato ad uso militare sono adesso chiuse e vengono chiamate &#8216;aree di sacrificio nazionale&#8217;. Aree delimitate dove ci sarà un vietato l&#8217;accesso perenne. Spero di sbagliarmi&#8221;.</p>
<p>Fonte: <a href="http://spettacoli.tiscali.it/articoli/libri/10/02/intervista_campus_pettine_quirra.html">Tiscali spettacoli, 26 febbraio 2010</a></p>
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		<title>Birmania: stupri e omicidi da parte dell’esercito sulle donne Karen</title>
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		<pubDate>Thu, 04 Mar 2010 08:27:15 +0000</pubDate>
		<dc:creator>ironriot</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[Eserciti]]></category>

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		<description><![CDATA[(Roma) Già nel 2004 se ne parlava sul sito WarNews (ma le prime denunce risalgono agli inizi del 2002), a proposito del documentario diffuso dal Karen Women&#8217;s Organization (Kwo), gruppo umanitario con sede in Thailandia, che denunciava le sistematiche violenze nei confronti delle donne appartenenti all&#8217;etnia Karen, minoranza etnica che vive nella zona orientale di [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>(Roma) Già nel 2004 se ne parlava sul sito WarNews (ma le prime denunce risalgono agli inizi del 2002), a proposito del documentario diffuso dal Karen Women&#8217;s Organization (Kwo), gruppo umanitario con sede in Thailandia, che denunciava le sistematiche violenze nei confronti delle donne appartenenti all&#8217;etnia Karen, minoranza etnica che vive nella zona orientale di Myanmar nel sud della Birmania, perpetrate dall’esercito birmano. Oggi è lo stesso gruppo di donne a richiamare l’attenzione con la pubblicazione del rapporto &#8216;Walking Amongst Sharp Knives&#8217;, nel quale vengono denunciati stupri e omicidi (talvolta crocifiggendo o bruciando vive le donne Karen) che l’&#8217;esercito regolare birmano continua a commettere impunemente .<br />
&#8220;Nella aree Karen – denuncia la Kwo, organizzazione attiva soprattutto nei campi profughi situati in territorio thailandese lungo il confine con Myanmar - le donne sono sempre più spesso chiamate ad assumere ruoli di responsabilità all&#8217;interno dei villaggi dal momento che gli uomini vengono spesso uccisi dall&#8217;esercito birmano. Così le donne sono divenute le prime vittime degli abusi perpetrati dalle truppe birmane e dai loro alleati&#8221;. Accuse che si basano sulle testimonianze di 95 donne Karen, tra le quali molte capi villaggio di età compresa tra i 25 e gli 82 anni.<br />
Spesso per queste donne essere “il capo del villaggio è come scavarsi la fossa”, denuncia nel rapporto Daw Way Way, 51enne che ha governato sulla propria comunità per cinque anni. In pratica i militari, dopo aver interrogato e torturato queste donne, per capire se i loro villaggi sostengono o meno il Karen National Union (organizzazione politica che attraverso il suo braccio armato, il gruppo paramilitare di liberazione nazionale (Knla), combatte contro le forze di sicurezza birmane dal 1949, rivendicando una propria autonomia territoriale), infierisce brutalmente arrivando anche a ucciderle, &#8220;omicidi, talvolta attraverso crocifissioni, esecuzioni arbitrarie, stupri singoli e di gruppo, nonché varie forme di tortura&#8221;.<br />
Intervistata negli scorsi anni dall’ Associated Press, la portavoce del Karen Women&#8217;s Organization, Naw Zipporah Sein, aveva dichiarato: &#8220;Come possiamo credere che il governo birmano si stia prodigando per l&#8217;affermazione della pace e della democrazia nel paese, quando le truppe dell&#8217;esercito continuano a compiere stupri impunemente?&#8221;.<br />
Crimini che non hanno fermato le donne, che, nonostante le continue minacce, continuano a rivelare al mondo le loro storie. Storie di donne coraggiose e forti – un coraggio fuori dal comune – donne pronte ad assumere la leadership all&#8217;interno del villaggio nel quale vivono con l’unico scopo di proteggere i diritti delle proprie comunità&#8221;, pur sapendo a cosa vanno incontro.<br />
Questo nuovo rapporto segue quello pubblicato nel 2007, &#8216;State of Terror&#8217;, e la Kwo,<br />
oltre a sperare di “poter vedere riconosciuto il sacrificio di queste donne che lottano in prima linea non solo contro gli abusi commessi dall&#8217;esercito birmano, ma anche nella battaglia per garantire parità dei sessi in Birmania&#8221;, si appella al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite affinché stabilisca una &#8220;commissione d&#8217;inchiesta sui crimini di guerra e contro l&#8217;umanità commessi dalla dittatura militare birmana&#8221;, e al governo thailandese affinché continui a garantire &#8220;protezione&#8221; alle migliaia di rifugiati che varcano il confine per fuggire dai &#8220;continui attacchi militari dell&#8217;esercito birmano&#8221; e affinché &#8220;sospenda i progetti di investimento per la costruzione di dighe e centrali idroelettriche che alimentano la militarizzazione del territorio e il flusso di migranti in cerca di riparo oltre confine&#8221;.<br />
Molte vittime degli stupri degli scorsi anni, continuano a vivere, ancora oggi in campi profughi allestiti nei pressi del confine con la Thailandia.  </p>
<p>Fonte: <a href="http://www.deltanews.it/primopiano/febbraio10/260210.htm">Delt@ Anno VIII, n. 41 - 42 del 26 - 27 febbraio 2010<br />
</a></p>
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